Orfismo

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Orfeo (Ὀρφεύς), fondatore dell'orfismo[1], «cantore e sciamano, capace di incantare animali e di compiere il viaggio dell'anima lungo gli oscuri sentieri della morte»[2], ritratto in un kratēr (κρατήρ) attico a figure rosse risalente al V secolo a.C. e oggi conservato presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Orfeo, che siede a sinistra impugnando la lira (λύρα), veste un abito tipicamente greco, a differenza dell'uomo che gli si pone in piedi davanti che invece indossa un costume tracio. Questo particolare, unitamente alla presenza, a destra, della donna che impugna una piccola falce, può rappresentare una delle varianti della sua leggenda che lo vuole missionario greco in Tracia, ucciso lì dalle donne in quanto escludendole dai suoi riti induceva i loro mariti ad abbandonarle[3].
Orfeo ucciso dalle menadi, in uno stamnos a figure rosse, risalente al V secolo a.C., oggi conservato al Museo del Louvre di Parigi. Questo dipinto racconta la morte di Orfeo secondo il mito che lo vuole ucciso dalle seguaci di Dioniso, da questo dio a lui inviate in quanto mosso dalla gelosia per l'ardore religioso che il poeta conservava nei confronti di Apollo, da lui invocato sul monte Pangaio (anche Pangeo) quando il sole, immagine di Apollo, sorgeva[4].
Alcuni frammenti (relativi al Column XXI[5]) del Papiro di Derveni, risalente al IV secolo a.C., rinvenuto semicombusto in una necropoli scavata nei pressi della località di Derveni (Macedonia, a circa 10 km da Salonicco), probabile necropoli dell'antica località di Lete, e oggi conservato presso il Museo archeologico di Salonicco. Da evidenziare anche la vicinanza con Pella, centro dove, intorno al 400 a.C., Archelao aveva trasferito la capitale macedone, precedentemente collocata ad Aigai (oggi Vergina). Il Papiro è stato rinvenuto in una tomba appartenente ad un gruppo di due tombe di notevole rilevanza, affrescate e con corredo sontuoso, probabilmente appartenenti all'alta aristocrazia. Le tombe accoglievano i vasi dove erano state raccolte le ceneri dei defunti dopo la loro cremazione, in accordo con la credenza orfica del corpo inteso come "tomba" dell'anima. Il Papiro, rinvenuto nella tomba A quella tra le due relativamente meno sontuosa, non faceva parte del corredo, anzi risulta semicombusto, rinvenuto insieme ad altri oggetti semicombusti prima dell'apertura della cassa: esso faceva quindi parte dei residui del rogo funerario. In origine, il Papiro doveva essere lungo più di tre metri, scritto su numerose colonne disposte verticalmente, ogni colonna conteneva tra le undici e le sedici righe, composte a loro volta da una decina di parole. Ciò che è stato rinvenuto è probabilmente quindi solo un decimo dello scritto originale. La lingua del testo è in dialetto ionico con elementi in attico. La sua datazione è confermata dalla presenza di una moneta di Filippo II rinvenuta nella tomba B. L'origine orfica del testo è confermata dalla presenza del nome di Orfeo (nella colonna 14 citato per ben due volte)[6].
Dioniso bambino munito di corna in una scultura romana del II secolo d.C. Il primo Dioniso (anche Zagreo (Ζαγρεύς, Zagreus)[7] verrà divorato dai Titani la cui folgorazione da parte di Zeus darà, secondo l'antropogonia orfica, origine all'umanità.
« il ventre di Persefone si gonfia di un frutto fecondo
e genera Zagreo, bambino munito di corna, che sale, lui solo,
sul trono celeste di Zeus; con la sua piccola mano
vibra il fulmine, è nelle sue mani puerili
di un neonato che si librano le saette.
Ma non occupa per molto il trono di Zeus, perché i Titani,
astuti, cosparso il volto con del gesso ingannatore,
spinti dalla rabbia profonda e spietata di Era,
lo uccidono con un pugnale venuto dal Tartaro,
mentre guardava la sua falsa immagine riflessa nello specchio. »
(Nonno di Panopoli. Dionisiache VI, 165-172. Traduzione di Daria Gigli Piccardi, Milano, Rizzoli, 2006, pp.483-485)
«L'uovo, per gli orfici, è all'origine della vita, ne è la pienezza stessa: una vita però che degrada progressivamente sino al non-essere dell'esistenza individuale.»[8]. L'uovo, quindi, rappresenta per gli Orfici la compiutezza delle origini, ma in ambito greco può inerire anche ad altri miti come quello che riguarda la nascita di Elena. In questo particolare di un'anfora, dipinta da Python (IV secolo a.C.), rinvenuta nella Tomba 24 di Andriuolo ed esposta presso il Museo archeologico nazionale di Paestum, viene raccontata per mezzo di una scena teatrale uno dei mito riguardanti la nascita di Elena (Ἑλένη). Zeus intende unirsi con Nemesi, la dea che indica la potenza della "giusta ira" nei confronti di coloro che violano l'ordine naturale delle cose. Ma Nemesi, piena di pudore, fugge il re degli dèi, dapprima lungo la terra, poi in mare e infine in cielo dove assunto il corpo di un'oca viene raggiunta da Zeus che prende la forma di un cigno unendosi in questo modo alla dea. Ermes raccoglie l'uovo, frutto dell'unione divina, e lo consegna a Leda (Λήδα), moglie del re di Sparta Tindareo (Τυνδάρεως). Compito della coppia regale è ora quello di eseguire la volontà divina di Zeus, ovvero di porre l'uovo divino su un altare ancora caldo delle ceneri di un sacrificio, provocandone in questo modo la schiusa.
Elena nasce dall'uovo.jpg
Qui viene raffigurata la ekkolapsis (ἐκκόλαψις, la schiusa dell'uovo) da dove emerge la divina e bellissima Elena, circondata da Leda e da Tindareo. Alcuni studiosi hanno ritenuto di scorgere delle connessioni tra queste raffigurazioni del mito di Elena e le teologie orfiche diffuse lungo le colonie greche in Italia[9].

L'orfismo è stato un movimento religioso sorto in Grecia presumibilmente verso il VI secolo a.C. intorno alla figura di Orfeo.[10].

È probabile che la figura di Orfeo possa essere precedente alla sua adozione da parte dei maestri religiosi orfici del VI secolo a.C., ma il suo inserimento nelle correnti che si fanno eredi del suo nome «era dovuta a qualcosa di più che non ad un vago sentimento di venerazione per un grande nome dell'antichità»[11], frutto, piuttosto, da una parte della necessità di ereditare le credenze sulla "possessione" divina propria dell'esperienza dionisiaca, e dall'altra della convinzione di dover prolungare quelle pratiche di "purezza" proprie dei Misteri eleusini; tutto ciò corrisponde ai due elementi fondanti delle dottrine orfiche:

  1. la credenza nella divinità e quindi nell'immortalità dell'anima;
  2. da cui consegue, al fine di evitare la perdità di tale immortalità, la necessità di condurre un'intera vita di purezza.


Concezioni fondamentali del culto

L'orfismo è un culto di derivazione dionisiaca, quello che aveva cioè ad oggetto il dio greco Dioniso.

Secondo il culto orfico la Natura primordiale era caotica e unica, non duale, dove “cielo e terra, e luce e tenebre” non erano separati. La separazione dualistica fra Cielo e Terra avverrà successivamente: con tale visione dualistica si introduce nell’orfismo anche la sanzione corrispondente alle idee di Bene e di Male. Queste concezioni confluiranno successivamente nello Gnosticismo.


Tre sono le essenze primordiali:

  • il Principio della Vita;
  • il Tempo
  • la Materia

L’ordinamento del mondo avviene attraverso la lotta tra Chronos (Tempo) e Ophioneus (principio del Caos).

Per quanto riguarda il mondo materiale, questo è illusorio (si veda la concezione hindù di maya), ed è qualcosa di separato e di diverso dall’esistenza originaria.

Lo scopo dell’orfismo era quello di liberarsi dal ciclo delle rinascite (si veda anche samsara, karma, Liberazione e Nirvana), e liberare così la scintilla divina dalla scorza impura dell’Uomo, la cui anima deve scontare i peccati in questo mondo.


L’idea del “corpo” = “tomba” rappresenta bene la prigione in cui l’anima è rinchiusa.

A parte la complessa cosmologia, nel mito i frammenti ricavati da Zeus dal corpo dei Titani contengono entrambe le essenze, quella materiale e bestiale titanica e quella spirituale dionisiaca, visto l'atto di cannibalismo perpetrato nei confronti del dio.

Ed è questo pasto sacro che va perpetrato, in maniera pura, per raggiungere gli alti obiettivi spirituali. C'è quindi un miscuglio di bene e di male, ma allo stesso tempo l'anima è una folgore di luce nella materia.


La "salvezza" orfica e il bios orphikos (Ὀρφικὸς βίος)

L'antropogonia orfica del dio Dioniso sbranato dai Titani che vengono quindi fulminati da Zeus e dalla cui fuliggine compaiono gli uomini è al fondamento, per Giovanni Reale di una "vita spirituale."[12]

« In che senso e in che misura questo mito possa costituire la base di una nuova etica è evidente. Esso spiega la costante tendenza al bene e al male presente negli uomini: la parte dionisiaca è l'anima (a cui è legata la tendenza al bene), quella titanica è il corpo (a cui è legata la tendenza al male). Di qui deriva il nuovo compito morale di liberare l'elemento dionisiaco (l'anima) da quello titanico (il corpo). »
(Giovanni Reale. Prefazione in Orfici. Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern. Milano, Bompiani, 2011, p.399 e p. 24)

La morte di per sé non "libera" l'anima immortale. Essa, per le dottrine orfiche, è destinata a rinascere:

« Dato che anche la teologia orfica ci insegna queste cose. O non è forse vero che pure Orfeo tramanda chiaramente simili dottrine, quando, dopo il mitico castigo dei Titani e la nascita da quelli di questi esseri mortali, dice per prima cosa che le anime passano da una vita all'altra periodicamente e che spesso entrano nei corpi umani, ora in uno ora in un altro »
(fr. 224. Proclo Commento alla Repubblica di Platone II, 338 in Orfici. Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern, traduzione di Elena Verzura. Milano, Bompiani, 2011, p. 515)

Tale liberazione poteva essere conseguita, secondo gli orfici, seguendo una "vita pura", la "vita orfica" (bios orphikos Ὀρφικὸς βίος) dettata da una serie di regole non derogabili, tra cui l'astinenza dalle uccisioni.

Le caratteristiche dell'antropologia orfica possono dunque essere riassunte in due affermazioni:

  • l'uomo, nella sua attuale costituzione, è frutto di un evento storico pregresso: l'uccisione del dio Dioniso (l'essere umano, dunque, è un "epifenomeno", è la conseguenza di un evento critico);[13]
  • l'uomo, nella sua esistenza e consistenza, è caratterizzato da almeno un elemento divino: nell'essere umano convivono un aspetto "dionisiaco" (lo spirito, l'anima) e un aspetto "titanico" (la materia, il corpo).

Questa peculiare visione antropologica non morirà con l'orfismo, ma passerà a caratterizzare altre esperienze filosofico-religiose: la tradizione platonica (e quindi, attraverso questa, le correnti ellenizzanti del giudaismo e soprattutto il cristianesimo), così come lo gnosticismo nelle sue diversificate espressioni.[14]

Essenziale per l'orfismo è dunque la concezione dell'anima contrapposta al corpo, e l'affermazione della necessità che l'anima stessa trasmigri in nuovi corpi finché non raggiunga la perfezione. Le regole di vita cui il culto orfico poteva educare, tra le quali spiccava il vegetarismo, il divieto di compiere sacrifici animali, e la castità o la temperanza, potevano diventare strumento per raggiungere la perfezione dell'anima.

Nelle dottrine orfiche, per quanto si riesce a ricostruire, lo spirito (daimon), che risiedeva nei cieli, ha compiuto un peccato ed è decaduto dal regno dei cieli sulla terra, incarnandosi in un corpo che utilizza per espiare la propria colpa. Con la morte, l'anima trasmigra e si ricompone (non sulla base di un principio individuale, ma su nuova aggregazione basata su proprietà paragonabili ai principi del magnetismo) in un altro corpo, che può anche non essere quello di una persona (questo dipendeva anche dal comportamento che il daimon ha tenuto nella vita precedente); se invece ha espiato la colpa, l'anima ritorna nel regno dei cieli.

L'orfismo è caratterizzato non solo da una contrapposizione tra un elemento divino (dionisiaco) e una realtà corporea opposta sul piano della natura (titanico), ma anche (a differenza, ad esempio, della dicotomia spirito-carne delle lettere paoline) da una vera contrapposizione di due princípi (dualismo).


Pratiche orfiche

Per quanto concerne le pratiche orfiche, alcune sono le seguenti:

  • rifiuto dei sacrifici animali,
  • rifiuto del contatto con sangue o con i morti,
  • vegetarianesimo,
  • purità, ascetismo, purificazioni cerimoniali,
  • veste bianca, divieto di indossare lana,
  • importanza di bere latte.


L'Orfismo nella filosofia e nella religione

  • Pitagora fu un orfico che assegnò logica al culto, moderandone le tecniche estatiche e le pratiche ascetiche, puntando all'astrazione intellettuale come pratica religiosa.
  • A partire dal V sec a.C. parte del culto orfico confluì nel cristianesimo (allegorie dell'acqua e del vino, del pescatore, ecc..).


Pagine correlate

Note

  1. «Orfeo, fondatore dell'orfismo» è l'incipit della voce nell'Oxford Classical Dictionary (trad. it. Dizionario di antichità classiche. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1995, p.1521), voce firmata da Nils Martin Persson Nilsson, Johan Harm Croon e Charles Martin Robertson. La voce dell'Oxford Classical Dictionary prosegue precisando: «La sua fama di cantore nella mitologia greca deriva dalle composizione nelle quali erano esposte le dottrine e le leggende orfiche».
    Werner Jaeger evidenzia tuttavia che «nella tarda antichità Orfeo era un nome collettivo il quale più o meno raccoglieva tutto quanto esisteva in fatto di letteratura mistica e di orge liturgiche.» (Cfr. La teologia dei primi pensatori greci, Firenze, La Nuova Italia, 1982, p.100).
  2. Giulio Guidorizzi. Il mito greco, vol.1. Milano, Mondadori, 2009, p.77
  3. « Dicono poi che le donne di Tracia tramavano la sua morte, perché aveva persuaso i loro uomini a seguirlo nei suoi vagabondaggi, ma non osavano passare all'azione per paura dei loro mariti. Ma una volta, riempitesi di vino, attuarono la scellerata impresa. e da quel momento invalse per gli uomini il costume di andare ebbri alle battaglie. »
    (Pausania, Viaggio in Grecia, IX, 30, 5. Traduzione di Salvatore Rizzo. Milano, Rizzoli, 2011 p.243)
    Anche Conone, f. 45 (115 Frammenti orfici nella edizione di Otto Kern)
  4. « Non onorò (il soggetto sottinteso è Orfeo, reduce dalla catabasi) più Dioniso, mentre considerò più grande Elio, che egli chiamo anche Apollo; e svegliandosi la notte sul far del mattino, per prima cosa aspettava il sorgere del sole sul monte chiamato Pangeo per vedere Elio; perciò Dioniso, adirato, gli inviò contro le Bassaridi, come racconta il poeta tragico Eschilo: esse lo dilaniarono e ne gettarono via le membra, ciascuna separatamente; le Muse poi riunitele, le seppelirono nel luogo chiamato Libetra. »
    (fr. 113 in Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern; traduzione di Elena Verzura. Milano, Bompiani, 2011, p.99)
  5. Cfr. Plates in The Derveni Papyrus (a cura di Theokritos Koueremenos, George M. Parássoglou, Kyriakos Tsantsanoglou) in "Studi e testi per il corpus dei papiri filosofici greci e latini" 13. Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2006, pp.309 e sgg.
  6. Cfr. Angelo Bottini. Archeologia della salvezza. L'escatologia greca nelle testimonianze archeologiche. Milano, Longanesi, 1992.
  7. Sulla figura di Dioniso/Zagreus cfr. Il nucleo cretese del mito di Dioniso-Zagreus in Károly Kerényi. Dioniso. Milano, Adelphi, 2011, pp.94 e sgg.
  8. Marcel Detienne, cit. in Paolo Scarpi. Le religioni dei misteri, vol.1 nota 695. Milano, Mondadori/FondazioneLorenzo Valla, p.629.
  9. Cfr. Angelo Bottini. Archeologia della salvezza. L'escatologia greca nelle testimonianza archeologiche. pp. 64 e sgg.
  10. Così la Encyclopedia of Religion (NY, Macmillan, 2005, pp. 6891 e sgg.) avvia la voce Orpheus a firma di Marcel Detienne (1987) e Alberto Bernabé (2005): «In the sixth century BCE, a religious movement that modern historians call Orphism appeared in Greece around the figure of Orpheus, the Thracian enchanter.»
  11. William Keith Chambers Guthrie. I Greci e i loro dèi. Bologna, il Mulino, 1987, pp.374.
  12. Cfr. Giovanni Reale. Prefazione in Orfici. Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern. Milano, Bompiani, 2011, p.399 e p. 23.
  13. Ugo Bianchi, Prometeo, Orfeo, Adamo : tematiche religiose sul destino, il male, la salvezza, Roma : Edizioni dell'Ateneo, 1977, p. 262.
  14. Ugo Bianchi, op. cit., pp. 129-131.