Rito Egizio Tradizionale

Da Esopedia, l'Enciclopedia dell'[[Ordine Martinista Antico e Tradizionale|O.M.A.T.]] per gli Iniziati.
Emblema del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli

il Rito

IL RITO EGIZIO TRADIZIONALE Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli


Il Rito Egizio Tradizionale affonda le suo profonde radici in una città che rappresenta l’omphalos ed il crocevia dell’Iniziazioni Ermetiche mediterranee, Napoli. Città che sin dalla sua fondazione è strettamente legata a numerose forme di esoterismo dettate da apporti sapienziali, ermetici e docetici, che giungevano dall'antico Egitto, passando per la Pitagorica Schola Italica e corroborati dall'apporto cabalistico, trasmesso nel tempo da comunità di ebrei presenti nell'area del golfo. Napoli fu anche l’Atanor, dove si generò la forma più importante e strutturata della Massoneria nel Regno Borbonico. Prese forma e crebbe il sistema degli Alti Gradi, che generò nel pensiero del Di Sangro un profondo cambiamento.

Don Raimondo di Sangro Principe di San Severo, fu la massima espressione del Pensiero Ermetico del '700 nel Regno di Napoli ed uno dei più illustri pensatori d'Europa. Le sue ricerche, dettate dal suo poliedrico acume speculativo, lo portarono a spaziare dall'Alchimia alla Sacra Scienza[1], passando per un percorso Liberomuratorio significativo e ricco di molteplici sviluppi, che ben presto lo designarono alla guida della prestigiosa Massoneria Napolitana, con l'Altissima Dignità di Gran Maestro. La sua impetuosa ricerca del vero e l'attitudine a plasmare materiali e sostanze, lo portò a voler imprimere a quanto a Lui trasmesso Iniziaticamente da un pensiero Latomistico di stampo Anglosassone, l'immenso bagaglio culturale umanistico, ma specificatamente Ermetico, che la cultura Mediterranea aveva sedimentato nei secoli in un crocevia fondamentale della Sapienza Arcana, quale la città di Napoli. Questo humus fecondo di saperi, indussero il Principe a creare all'interno delle sua Loggia "La Perfetta Unione" ai più nota come la "Di Sangro", che già adottava il Sistema degli Alti Gradi della Massoneria Scozzese, una ulteriore "Circonferenza Interna". In quel tempo infatti, esistevano a Napoli tre Logge, la Carafa, la Moncada e la Di Sangro, che prendevano i nomi dai Venerabili Maestri che le dirigevano. Quella del Principe, contava ben 280 Fratelli, annoverando nel piedilista i nomi più illustri del Regno di Napoli. Il Gran Maestro quindi creò un "Cerchio Interno" che diede vita agli Arcana Arcanorum, individuando i Fratelli più innanzi sul Cammino dell'Arte Regia, selezionandoli fra Massoni aristocratici ed appartenenti ai ranghi più elevati della gerarchia militare, unitamente ad esponenti all'alta nobiltà legata alla corte, che già operavano con gli Alti Gradi Scozzesi. Questo "Cenacolo Iniziatico", che univa i migliori Ermetisti del Regno, prese il Titolo Distintivo "Rosa d'Ordine Magno"[2]. Il Cenacolo, era destinato esclusivamente a quanti avessero significative nozioni Ermetiche, volto a praticare una strutturata forma di Massoneria fortemente Operativa, la quale arricchita di un celato simbolismo e colma di molteplici aspetti Rituali vicini al mito Osirideo, generò il primo nucleo Iniziatico della nascente Massoneria Egizia. Annoverava figure di spicco quali il primogenito Don Vincenzo di Sangro, il Barone di Tschudy, Don Paolo d'Aquino, Principe di Palena ed altri Illustri Fratelli quale il Principe di Tricase, il Duca di Capodichino, il Principe Michelangelo Caetani, tutti legati da un rapporto Sottile oltre che di parentela con il Principe Don Raimondo.[3] Questo sistema Massonico ristretto, nelle sue forme più complete e perfezionate, giungerà fino ai nostri giorni nell'arco dei secoli, ininterrottamente per continua Trasmissione Iniziatica, mantenendo la denominazione di Rito Egizio Tradizionale alla quale nel tempo si perfezionerà la dicitura con l'aggiunta di Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli. Il San Severo pertanto dimessosi nel 1751 dalla sua Dignità Ufficiale di Gran Maestro della Massoneria Napolitana, a causa di un editto Regio emanato dal Sovrano Re Carlo III di Borbone il 10 luglio 1751, volto a vietare la prosecuzione di Attività Massoniche nel Regno, poté dedicarsi con il suo ristretto numero di adepti a portare avanti un discorso più spirituale ed ermetico, un vero Cammino Iniziatico, diverso da quel modo di condurre la Massoneria in Napoli, che aveva sofferto di una profonda divisione interna, generata dall'enorme differenza di vedute che aveva portato ad una spaccatura netta nell'Istituzione, faticosamente ricongiunta dal Gran Maestro Di Sangro. Il Principe, da grande Iniziato, certamente non condivideva l'idea che in seno ad un Ordine Ermetico, così come lui lo intendeva, potessero sorgere diatribe profane. Quindi non appoggiando né l'operato di una frangia, composta prevalentemente da mercanti francesi ed inglesi e rappresentanti della borghesia e da sottufficiali dell'esercito Borbonico, né quello dell'altra ala Massonica, costituitasi nei migliori salotti dell'Aristocrazia Napoletana, attingendo agli Alti Ranghi dell'esercito e annoverando figure importanti della gestione amministrativa e politica del Regno. Le due realtà mal convivevano e l'indole più mutualistica dei primi e più politica e mondana degli altri, non erano certo in asse con il pensiero Ermetico del Principe, il quale intendeva la Massoneria, come un Percorso di Luce e di Palingenesi. Questo realmente spinse Don Raimondo di Sangro a svincolarsi da un Cammino che da Massonico, rischiava di divenire meramente associativo, per crearne uno fortemente Operativo e Teurgico continuando così il suo Grande Magistero in seno al Rito Egizio Tradizionale. Insieme ai suoi Discepoli darà vita alla "Scala di Napoli" una via Operativa Tradizionale, giunta fino ai nostri giorni in un ininterrotto tramando Iniziatico, la quale nel tempo donerà la Luce per gemmazione anche ad altre filiazioni e molteplici filoni, che si svilupperanno fra Lione, Bordeaux e Parigi generando nei lustri nuove importanti realtà Massoniche, che si diffonderanno nei due Emisferi. Don Raimondo di Sangro prima della sua morte avvenuta nel 1771, lasciò la guida del suo "Cenacolo Ermetico" e del Rito Egizio Tradizionale, al suo Primogenito e Discepolo Don Vincenzo di Sangro per linea diretta di sangue, che ne raccoglierà il Grande Magistero[4]. Il Pensiero del Principe visse e si trasmise nella nobilissima Famiglia dei Di Sangro e poi ancora due volte nella Casata dei d’Aquino, per continuare la sua prosecuzione nei secoli a venire tramite un ermetico ed ininterrotto tramando trasmesso dalla Bocca all’Orecchio, ad oggi pervenuto a Noi da Maestro a Discepolo unitamente alle Ritualità ed agli Archivi Riservati del Rito[5]. Numerose e lunghe ricerche esegetiche svolte in Archivi Storici quali la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III in Napoli e sostanzialmente presso gli Archivi Segreti in Vaticano sui documenti della Nunziatura Apostolica di Napoli e gli spacci della Polizia Ecclesiastica nel Regno di Napoli, hanno supportato con criterio scientifico la valenza delle fonti.

Sovrani Gran Hyerophanti Generali e Gran Maestri

Serenissimi e Reverendissimi SOVRANI GRAN HYEROPHANTI GENERALI E GRAN MAESTRI DEL RITO EGIZIO TRADIZIONALE Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli

Galleria dei Sovrani Gran Hyerophanti Generali e Gran Maestri

Galleria

le Origini

La storia mitica di Napoli trae le proprie origini dalla Sirena Partenope che, secondo una versione di una tarda leggenda, si lasciò morire in mare al cospetto delle sorelle per porre fine al dolore che pativa per l’insensibilità che Ulisse provò al loro canto; il suo corpo fu portato dalle onde sino alle foci del fiume Sebeto, che da ricostruzioni storiche si presume defluisse nei pressi dell’isolotto di Megaride, ove ad oggi è situato l’attuale Borgo Marinaro in via Partenope. La città quindi in virtù di questa affascinante leggenda prese il nome di Partenope. L’origine documentata della città di Napoli si fonde comunque fra storia e leggenda, e con l’evolversi della sua affascinante genesi si sviluppa quell'incantevole intarsio di vicende, che portano a creare la nascita e la crescita di un pensiero Ermetico che accompagnerà la città fra diverse vicende e numerose alternanze storiche, mantenendo nel suo seno celato, un ininterrotto tramando esoterico che seguirà la sua scaturigine sin dai primordi. I primi insediamenti documentati risalgono a circa 3000 anni fa. Ulteriori importanti sviluppi si ebbero intorno al IX secolo a.C., quando i Cimmeri un popolo nomade di viaggiatori e mercanti provenienti prevalentemente dalle zone interne dell’Anatolia, odierna regione della Turchia, descritti da Omero nell'XI libro dell'Odissea giunsero nel Golfo. Rimane traccia in alcuni storici dell’antichità (Cicerone, Plinio il Vecchio, Strabone ed Eforo), che ci tramandano che essi si sarebbero stanziati tra il lago d’Averno e Baia. Qui troviamo le prime tracce di riti misteriosofici ove si narra che le loro dimore erano collegate da cunicoli scavati nel sottosuolo che si collegavano ad un Tempio.[6]. Vi erano molti forestieri che si recavano a visitare questi luoghi misterici, ove venivano accolti nelle abitazioni per poi attraverso i cunicoli essere accompagnati ad interrogare l’oracolo dei morti. Anche lo storico Nevio ci conferma che la Sibilla Cimmeria viveva in una grotta simile a quella della Sibilla di Cuma, sul lago d’Averno.[7]. Un tramando storico conferma che i Cimmeri, avevano scelto di rifuggiarsi nel sottosuolo per ripararsi dalla forza distruttrice del Vesuvio che temevano in modo reverenziale. Erano stati loro a scavare in profondità le prime grotte di Napoli.[8] Testimonianze più recenti sulle caratteristiche misteriosofiche dei Cimbri nell’area del Golfo la si deve a Giovanni Pontano, che afferma anche dell’esistenza a Napoli di un quartiere dei Cimmeri, e che una delle uscite dei loro cunicoli sotterranei era vicino alla chiesa di Sant'Agostino della Zecca, nei cui pressi ancora oggi vi una via dei Cimbri.[9] Altre testimonianze che avvallano queste teorie le troviamo negli scritti del Nobilissimo Don Cesare d’Eugenio Caracciolo, che nel 1623 scrive: “Una delle chiese più antiche della città, quella di santa Maria di Portanova, era chiamata a Cimmino”, per la presenza nella zona di “tal nazione Cimmeria”.[10]

Una nuova colonizzazione del Golfo di Napoli, avvenne nel V secolo a.C., quando un nutrito gruppo di coloni provenienti dalla vicina Cuma, si insediò nell'area compresa tra l'isolotto di Megaride, dove oggi sorge il Castel dell'Ovo ed il Monte Echia, l'odierna collina di Pizzofalcone, fondando la città nuova, distante soltanto un paio di chilometri dalla vecchia. Nacque nel 475 a.C. e fu chiamata Neapolis (città nuova) per distinguerla dalla vecchia Partenope che fu così ribattezzata Palepolis (città vecchia). Iniziava così la storia di Napoli. [11]

Antico Stemma del Seggio di Forcella.gif
Il Tempio di Iside a Pompei

Tornando a tempi meno remoti abbiamo la testimonianza che Napoli (Neà-Polis) vide l’insediamento già nel II secolo a.C. di una folta Comunità Egizia, prevalentemente di origine Alessandrina che si stanziò primariamente nella zona dei campi Flegrei e nelle vicinanze dell’attuale Piazzetta Nilo e nell'adiacente Vico che oggi viene denominato Purgatorio ad Arco.[12] Pare che fossero così numerosi che quella contrada fu detta “degli Alessandrini”.[13] Il gruppo di Alessandrini estremamente eterogeneo per ceto, cultura e fascia d’età si integrò armonizzandosi con il tessuto sociale e ben fu accettato dai napoletani che ben presto definirono la comunità dei “Nilesi”, i quali portarono dall'Egitto Tradizioni Ermetiche, religiose e profondi Tramandi Iniziatici. Vollero erigere una statua da una importante valenza simbolica, che ricordasse il fiume Nilo, da sempre presente nella cultura egizia in qualità di divinità portatrice di prosperità e ricchezza, tramandando così l’importante ed ancestrale Ritualità dedicata ad Iside,la dea degli Iniziati, ed a Osiride.[14] Culti praticati ma custoditi da ristrette Caste Sacerdotali che officiavano per i soli adepti. Alessandria rappresentava con la sua immensa storia uno dei fulcri di queste Tradizioni misteriosofiche. In queste cerchie ristrette ed iniziatiche si custodiva la primigenia forma di Alchimia che aveva visto nell’antico Egitto la sua genesi. Si tramanda che nella zona che ancora oggi viene definita di piazzetta Nilo, sorgesse un Tempio ad Iside in memoria del principale tempio di Iside che in Egitto era edificato sull'isola di File. Ulteriore conferma tangibile viene dagli edifici preposti ai culti egizi ancora visibili a Pompei ove sorge il Tempio di Iside, nel quale si svolgeva pubblicamente il culto della dea, oltre che nel privato, in piccoli tempietti allestiti nelle case, i larari.[15] [16] La toponomastica sia di Partenope sia di Neapolis conserva evidenti tracce dell'influenza di insediamenti e culti Egizio-Alessandrini: via Egiziaca a Pizzofalcone e a Forcella, chiesa di S. Maria Egiziaca, via Serapide, la già citata piazzetta Nilo, via del Sole e detrminati studi fanno riferimento ad "alcune vasche per le abluzioni dei Riti Isiaci".[17] Secondo alcuni studiosi, a Napoli si verificò una fusione tra il sapere pitagorico ed i misteri egizi, tramandato in Cenacoli Ermetici nel corso dei secoli. Napoli ebbe importanti Scuole Pitagoriche e rimase viva la tradizione docetica e trasmissiva come testimoniano alcuni recenti studi che vedono la stessa forma a Y del quartiere detto appunto di Forcella, come una tangibile riprova. Nel quartiere vi è ancora un Cippo a Forcella, che è un gruppo di reperti facenti parte, un tempo, della cinta muraria di epoca greca dell'antica Neapolis, appartenente probabilmente alla più antica porta della città, visibile a tutt'oggi a piazza Vincenzo Calenda. Alcuni studiosi seguendo una linea Ermetica, ritengono più probabile far risalire la denominazione della zona alla presenza della sede della Scuola Pitagorica, il cui emblema era la lettera sacra Y.[18] Lo Stemma del Seggio di Forcella ancora oggi custodito presso il Museo Diocesano di Napoli reca come insegna proprio una forca a Ypsilon. A far luce su questo vi è l’opportunità di analizzare gli scritti di Dicearco da Messina un Filosofo peripatetico e geografo (fine sec. 4º a. C.) il quale tramanda che: “La fondazione di Neapolis risulta precisamente iscritta, con un crisma religioso e scientifico insieme, in una singolarità naturale della sua localizzazione geografica”[19] L’importanza della geometria urbanistica di Neapolis, emerge anche da alcune ricerche condotte sul finire del Secolo breve. La pianta iniziale della città fu ispirata dalla Tetraktys Pitagorica, che pare sia presente in qualità di numero perfetto nella scacchiera della città, ideata dall’architetto pitagorico Ippodamo da Mileto.[20] Questa Tradizione Pitagorica si intrecciò con quella Egizio-Alessandrina e si custodì nel tempo i una città che ospitò altri riti misteriosofici quali il Mitraismo, di cui alcune tracce rimangono visibili ancora oggi in Napoli: il Mitreo della Crypta Neapolitana, Parco Vergiliano a Posillipo, Napoli, il Mitreo nell'area archeologica del Carminiello ai Mannesi, Mitreo della Chiesa di Sant'Aspreno al Porto e si ipotizza il Mitreo dell'Antro di Mitra a Pizzofalcone. Non va dimenticato che il poeta Virgilio, Mago[21]filosofo neopitagorico ed Ermetista[22], il cui pensiero fu così fondamentale per il Sommo Poeta Dante e per la sua Divina Commedia, visse un periodo significativo della sua vita a Napoli come ricorda il celebre epitaffio posto sulla sua tomba.[23] I resti del grande poeta Virgilio furono poi traslati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo posto sulla collina di Posillipo tuttora visibile, lui continuatore di quel pensiero magico-ermetico che durante il periodo romano, tanto continuò ad influenzare la città già così pregna di profonda cultura esoterica, così come è riportato dai suoi più antichi biografi, anche medioevali e rinascimentali (tra i quali spicca Paracelso).

dal periodo Bizantino al Rinascimento Napolitano

Scrive l’Origlia a metà del ‘700, che quando Costantino I trasferì a Costantinopoli la nuova capitale dell’Impero Romano, la maggior parte degli studi si trasferirono ad Oriente. Napoli però continuò a rappresentare un omphalos di primaria importanza per la cultura, dove mai si troncò quella Tradizione delle scuole Pitagoriche, che continuarono a vivere ininterrottamente fin dai tempi della Magna Grecia.[24] A supporto tangibile di questa continuità Iniziatica, vi è un ulteriore passo che lo sottolinea: ”… In tutti que' luoghi massimamente, che stati erano una volta parte della Magna Grecia, fiorite mirabilmente sino a Costantino le Scuole, che apertevi già da Pitagora, si erano continuate, senza mai cessare ne’ lor discepoli per lo spazio di novecento anni”.[25] Il pulsante fermento culturale restò sempre attivo in Napoli nel corso dei secoli. Già sotto il dominio normanno, grazie a monarchi illuminati quali Ruggiero II, vi era stato un fecondo incontro fra la cultura araba e quella latina e bizantina producendo un ambiente culturale di ampio respiro, dove l’attività di geografi, traduttori e filosofi aveva riprodotto, seppure in tono minore, lo splendore culturale della Toledo medievale. Napoli in questo periodo mantenne il suo ruolo di centro culturale di studi ermetici. A seguire questo crogiolo di saperi, carpì l'attenzione di studioso ed Ermetista dell'imperatore Federico II di Svevia, il quale volle erigere lo Studium con Decreto Sovrano emesso il 5 giugno (il 5 luglio secondo talune fonti) 1224 tramite una «generalis lictera» (lettera circolare) che emanò dalla sua residenza di Siracusa[26]. Aspetto significativamente importante è che l’Università di Napoli, è considerata in assoluto la prima Università laica in Europa di tipo statale (cioè non fondata, da corporazioni o associazioni di intellettuali, o di studenti ma in forza di un provvedimento Sovrano.[27] La scelta della sede accademica, cadde su Napoli oltre che per motivi prevalentemente culturali (la città aveva una lunga tradizione in merito, legata come già descritto alla figura di Virgilio, che viene richiamata esplicitamente in un documento dell'epoca), ma anche per aspetti legati ai saperi su molteplici temi filosofici, sapienziali, geografici ed economici oltre che per gli importanti traffici via mare, il clima mite e la posizione strategica all'interno del Regno, contribuirono divenendo determinanti[28]. E’ con il giungere dell’Imperatore Federico II del quale è risaputa l’attenzione che riservò per gli studi alchemici, astrologici e numerologici, relativi all'Arte Regia ed alla geometria egizio-pitagorica, che si ebbe un enorme e progressivo sviluppo delle Scienze Ermetiche che rimasero attive fino alla metà del XV secolo, ove crescendo si plasmarono in un vero coprus accademico. Lo Stupor Mundi, grazie all’eredità culturale araba costituì, nella sua corte il terreno sul quale si innestarono i fermenti più fecondi del suo tempo, trasformando il Mezzogiorno, centro di primaria importanza per la cultura medievale. Una figura che conferisce continuità al pensiero Ermetico Napolitano è quella dello scozzese Michael Scotus(1175-1236), [29] che nell'Università napoletana insegnò a lungo.

Michele Scoto astrologo, diplomatico ed alchimista

Conosciuto come Michele Scoto astrologo, diplomatico ed alchimista,[30] soggiornò alla corte di Federico II con la qualifica di “astrologo di corte”, era autore di una importante “Introduzione generale all'Astrologia” e di due opere di Alchimia ("Magistero dell'Arte dell'Alchimia" e "Magistero minore").[31] Rappresentò l’anello d’unione fra l’immenso crogiolo ermetico che Federico II aveva generato e la città di Napoli.[32]

Fu comprimario con Federico II, di quel felice movimento che l’Imperatore fece fiorire grazie ad ingegni vastissimi e cosmopoliti e per mezzo di una fitta rete di corrispondenze con i maggiori scienziati spagnoli ed orientali, che consentirono alla corte Sveva di tessere la trama di una comunicazione proficua e feconda di scambi fra le culture più alte del tempo, coagulando nella sua corte il milieu Ermetico del tempo e trasformandola in centro di primaria importanza per la cultura medioevale, aggregando i massimi esperti del mondo Arabo, Bizantino ed Occidentale, con l’inserimento di dotti ebrei.[33] L’avvento della Casata dei d’Angiò portò Napoli a divenire Capitale del Regno e sede di importanti scambi, intellettualmente viva, punto d'incontro di sapienti, di poeti, Eremtisti e di artisti. I nuovi monarchi portarono nella città Partenope lunghe tradizioni Templari provenienti direttamente da Gerusalemme.[34] Qell'Aurea Tradizione Perenne, che per secoli aveva albergato in Napoli, che potremmo definire la "Scuola Ermetica Napolitana", si accrebbe con l’arrivo nel 1284, di Re Carlo II d'Angiò il quale aveva invitato nella sua Corte, molti sapienti fra cui il dotto ed Alchimista Arnaldo da Villanova (1240-1313)[35] che nella Capitale approfondì i suoi studi in medicina. Sotto Re Carlo II d’Angiò Napoli divenne anche Sede Papale.[36] Il neo eletto Pontefice[37] convenne nel fissare la sua residenza in Castel Nuovo, ove fu il Monarca stesso ad insediare in nuovo Papa, l’asceta ed eremita Pietro del Morrone, divenuto il 5 luglio 1294, dopo ben 27 mesi di Conclave, successore di Pietro con il nome di Celestino V, il quale fece il suo ingresso in Napoli con un corteggio regale scortato da Cavalieri Templari, insediandosi per la prima volta nella Capitale del Regno. Nella medesima città pertanto si trovarono a risedere la sede Regale e quella Papale. Questa insolità concentrazione di poteri si riverberò anche sul piano dei saperi, in quanto Napoli nuovamente attrasse fra i migliori pensatori del tempo, mantenendo sempre quel ruolo di custodia e tramando di Antichi Saperi Ermetici. Recenti ritrovamenti attestano che in quel fatidico autunno del 1294, vi furono importanti scambi di testi e trasmissioni sapienziali presso quella che era divenuta la Sede Papale e cioè Castel Nuovo, fra il Papa Santo Celestino V, gli Alchimisti di chiara fama Raimondo Lullo [38] ed Arnaldo di Villanova, il re Carlo II unitamente al Cardinale Caetani, colui che diverrà il successore di Celestino V, (il futuro papa Bonifacio VIII). Dai documenti ritrovati si evince che unitamente ai temi propri dei loro Incarichi Istituzionali relativamente Regali e Papali, i due monarchi si intrattenessero in profonde trattazioni di Alchimia, come è attestato da una lettera manoscritta trovata nella Biblioteca Nazionale di Napoli che lo documenta. [39] L'importante lavoro alchemico svolto a Napoli dal Villanova il quale avrebbe dimostrato praticamente al Lullo, la verità della Trasmutazione, è attestato da accreditati studi accademici. [40] Lullo operò a più riprese nella città Partenopea lasciandone una profonda traccia,[41] ove nel 1294 concluse il componimento della sua opera ermetica Tavola Generale. [42]

Napoli era destinata a divenire una delle corti più raffinate ed importanti del Rinascimento Italiano con l’avvento della Casata dei d’Aragona avvenuta nel 1441, anno nel quale salì sul trono Alfonso I, divenendo Re di Napoli. A breve nel 1442, all'indomani della sua investitura fece allestire nella sua dimora di Castel Capuano una ricchissima biblioteca che in seguito venne trasferita nella reggia di Castel Nuovo.[43] Nasceva così l’Accademia Alfonsina ove si riuniva la più brillante intelighenzia del Tempo.[44] Secondo molti storici può ritenersi la più antica tra le Accademie italiane, anche se di poco anteriore a quella Romana e Medicea. Le adunanze erano animate da Antonio Beccadelli, detto il Panormita, molto legato al re Alfonso I il Magnanimo suo protettore, il quale volle concedergli la cittadinanza onoraria di Napoli nel 1450.[45] "Approfondire il discorso sulle Accademie sarebbe di straordinario interesse per il nostro argomento, in quanto in queste assemblee di sapienti liberi da pregiudizi, dediti allo studio, amanti della filosofia e della cultura classica, noi potremmo ritrovare il sottile ed invisibile filo di una tradizione iniziatica, il cui imprescindibile legame con la sapienza del mondo antico si coniuga con la libertà del pensiero e della ricerca intellettuale". [46] Questo pensiero prende corpo nel prosieguo della tradizione Accademica allor quando al fine di incentivare ulteriormente gli scambi culturali ed il confronto fra i nuovi studi e la riscoperta di antichi manoscritti classici tra i vari umanisti della corte di Alfonso il Magnanimo, portò il Panormita nel 1448, in un ambiente fecondo come era quello della Corte Aragonese, a fondare l’Accademia Antoniana sul modello di quella che era stata quella ciceroniana. Questa fu inizialmente denominata Porticus Antoniana, in ossequio alla cultura ellenica, ma prevalentemente motivata dal fatto che il Beccardelli aveva la consuetudine di far svolgere i lavori dell’Accademia all'aperto, in un luogo energeticamente carico e di antica tradizione quale: "gli Archi al Purgatorio, sotto i portici che allora esistevano lungo la parte di Via dei Tribunali che da vico del Nilo porta alla Chiesa di San Lorenzo Maggiore. Qui si discuteva di storia, filosofia e poesia, richiamando studiosi da tutta l'Europa. Da piazzetta Nilo dove c’era la statua del Nilo, percorrendo il Vico Nilo fino a via Tribunali, esisteva la casa prima del Beccardelli e poi del Pontano, suo successore".[47]

Giovanni Pontano

Al Panormita nel 1471 successe alla presidenza dell’Accademia, Giovanni Gioviano Pontano, un uomo di grande cultura, il quale avrà un ruolo importante nella trasmissione del pensiero Ermetico. [48] Aveva già ricoperto la carica di Gran Cancelliere essendo un collaboratore molto vicino alla Famiglia Reale dei d’Aragona. La tradizione Ermetica, Alchemica, Magica ed Astrologica, formava un corpus già imponente e definito quando egli cominciò a presiederla e fortemente impregnata di naturalismo astrologico. [49] Egli a seguire spostò all'interno della sua dimora la sede ove si tenevano le Adunate, così che a seguire ne prese in suo onore il nome che perpetrò negli anni quale: Accademia Pontaniana. Egli lasciò un impronta precisa e prestigiosa al sodalizio culturale, creò in Via dei Tribunali una Cappella in memoria della moglie defunta, nella quale sono celati numerosi misteri e simboli, che lasciano riflettere sulla loro occulta valenza Alchemica.[50] Non molti conoscono alcuni scritti a lui attribuiti, ritrovati intorno alla metà del secolo scorso presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, che l’Accademico tracciò su un tema assai caro agli Alchimisti quale il Fuoco Filosofico. [51]

Fecero parte dell’Accademia illustri personaggi quali Francesco Pucci, il Gareth detto "Cariteo", Giovanni Cotta, Benedetto Andrea Matteo Acquaviva, Gabriele Altilio, Girolamo Carbone, Pietro Summonte, Antonio de Ferraris detto "Galateo" Tristano Caracciolo, e fra tutti spicca Jacopo Sannazaro appartenetene ad una nobile famiglia della Lomellina, diretto Discepolo del Pontano. Poeta ed Umanista, dal 1526 al 1530 diresse l'Accademia.
Jacopo Sannazzaro

Verrà ricordato per aver scritto un prosimetro dal titolo l’Arcadia (fra il 1480 ed il 1504), di ambientazione pastorale, che tanto influenzò la letteratura del XVII secolo in Europa (Accademia dell’Arcadia) ed in particolar modo alcuni ambienti esoterici di pensatori ed artisti. Molto enigmatica rimarrà la sua tomba nella Chiesa degli Olivetani a Napoli (oggi nota come Santa Maria del Parto a Mergellina), [52] decorata con le statue di Apollo e Minerva dell'Ammannati, e con un rilievo con satiri attribuito allo scultore Silvio Cosini, che tanto colpì il benedettino don Bernard de Montfaucon (1655-1741), che la descrisse nel suo Voyage en Italie. Napoli visse a cavallo del XVI e del XVII secolo un gran proliferare di Accademie, così come avvenne in molti altri luoghi in Italia. Sorsero cenacoli culturali ed accademici che presero il nome di: degli Ardenti, dei Segreti, degli Incauti, degli Oziosi, degli Incogniti in un cospicuo numero di ritrovi culturali che l’aristocrazia napoletana e gli intellettuali del tempo frequentavano con assiduità, dando vita a disquisizioni naturalistiche, letterarie, ma anche filosofiche, astrologiche e sovente ermetiche. In una di queste Accademie, spicca la figura dell’Ermetista Girolamo Ruscelli (1504-1566) autore di uno scritto Alchemico i Secreti, che egli stesso pubblicherà per i suoi tipi.[53] Nel medesimo scritto unitamente a riferimenti simbolici si parla di un’Accademia Segreta al quale il poligrafo aderiva, che si riuniva con continuità regolare ogni settimana in Napoli. Composta da 24 membri, figuravano dei Maestri, un Principe che ne era il Mecenate avendo messo a disposizione un importante dimora fatta appositamente edificare su tre livelli e l’apporto di numerosi assistenti selezionati così descritti: “Avevamo poi per ministri et serventi due spetiali, due Orefici, due profumieri, un dipintore, quattro erbolari et Simplicisti intendenti.” Era evidente l’aspetto fortemente operativo dell’Accademia Segreta del Ruscelli, [54] che altresì preparava spiritualmente i suoi adepti per lo svolgimento dell’Arte Regia. [55] La Tradizione Alchemica Napolitana si perpetrerà a venire. L’Atanor operativo nel cuore della città continuerà ad ardere, trasmettendo antichi saperi e nuove scoperte in quel territorio che per sviluppo letterario, filosofico ed Ermetico continuerà a rimanere uno dei centri culturali di maggiore interesse in Europa. Nel XVI secolo, assisteremo allo sviluppo del pensiero magico e filosofico di Giovan Battista Della Porta, della sua Accademia dei Secreti, con finalità di Studio sperimentale[56] e sempre a Napoli del medico ed alchimista Leonardo Fioravanti. [57] A poca distanza, a Scisciano, l’Allegretti, l’astrologo ed alchimista amico del Varchi e del Cellini, compone il De la trasmutatione de’ metalli. Il viceré di Napoli Pedro da Toledo, volle approfondire questi occulti saperi a lui ignoti e commissionò all’ermetista toscano Benedetto Varchi la Questione dell’Alchimia, un testo che analizza e riassume una disamina sulla scienza alchemica che fino ad allora si era sviluppata. [58]

dall'Ordine degli Aurei Rosacroce a Giordano Bruno fino al Principe di San Severo

Il Rinascimento Napolitano, aveva coagulato importanti figure di raffinati e colti intellettuali e studiosi, alcuni dei quali nel segreto dei loro Laboratori, avevano custodito e Trasmesso l’Arte Regia, che ininterrottamente da numerosi secoli permeava i saperi Ermetici della Capitale del Regno. Napoli che in quegli anni era uno dei grandi centri della monarchia e secondo agglomerato urbano del Mediterraneo dopo Istanbul, [59] appariva ad un osservatore attento, come un affascinante mosaico, nel quale ogni tessera musiva perfettamente si incastonava ridonando un immagine completa ed armonica dell’Ermetismo Napolitano.

Giordano Bruno De la Bestia Trionfante

In questo proficuo ed affascinante contesto crebbe Giordano Bruno, il quale legò alla città di Napoli gli anni fondamentali della sua formazione culturale e cenobitica. Certamente l’essersi formato presso il Convento di San Domenico, che da recenti studi si presume fosse stato edificato su un Tempio dedicato ad Osiride, [60] gli consentì di accedere ad una delle più ricche e fornite biblioteche del Regno, che a differenza di altre, custodiva libri rari e proibiti su argomenti posti all'indice, poiché i Domenicani erano nati per combattere l’eresia e le pratiche occulte ed era loro compito conoscerle per contrastarle. [61] In questi ambienti, respirò quell’aria pregna di quell’Aurea Tradizione Perenne che riteniamo possa averlo indirizzato verso l’Ermetismo, l’Alchimia e la Magia, alla quale dedicherà a seguire pagine molto importanti nello Spaccio de la bestia trionfante, nel quale Giordano Bruno traccerà l’apologia dell’antichissima sapienza degli Egizi.[62] 
 La Tradizione ci tramanda la figura carismatica di un Giordano Bruno Mago,[63] inquieto propugnatore di idee multiversiche ed inusuali, che cercò di convincere il Papa che la religione egizia fosse propedeutica a quella cristiana e che occorreva abbracciare un sincretismo teologico.[64] Il suo fervore lo portò a dover precipitosamente abbandonare Napoli ed a portare con se le sue idee che in numerosi viaggi e spostamenti per l’Europa e l’Italia divulgherà in più contesti ermetici e spirituali. Vi sono studi pubblicati nel 2013 che dimostrano con fonti certe, l’origine in Napoli della matrice del pensiero Rosacruciano. [65] Questa teoria è supportata anche da documenti riservati pervenuti negli Archivi del Rito Egizio Tradizionale, corroborati dalle trasmissioni orali giunte fino ai nostri giorni nell'ininterrotto tramando Iniziatico e sapienziale, [66] che riescono a dimostrare questa tesi storica grazie al documento Osservazioni inviolabili da osservarsi dalli fratelli dell’Aurea Croce o della RosaCroce precedenti la solita professione, che ad oggi risulta il più antico statuto Rosacrociano conosciuto. In seno a qusto manoscritto fondamentale, custodito presso il fondo antico della Biblioteca Nazionale di Napoli, si fanno risalire “le strettissime leggi e patti” molto più addietro, agli anni 1542-43[67].

Osservazioni inviolabili da osservarsi dalli fratelli dell’Aurea Croce o della RosaCroce precedenti la solita professione

Questi documenti unitamente alla Tradizione Iniziatica Napolitana supportano la teoria che un primo corpus del movimento dei Rosa Croce abbia visto la Luce nella Capitale del Regno.[68] E’ plausibile che l’Officina all'interno della quale questi assunti si svilupparono nel solco della Tradizione Egizio-Pitagorica, risiedesse presso la Dimora che il Principe di Salerno Ferrante Sanseverino, aveva fatto realizzare per accogliere l’Accademia Ermetica del Ruscelli. [69] Giordano Bruno nei suoi anni di formazione a Napoli, entrò in contatto con gli ambienti ermetici della Capitale del Regno. Respirò e permeò insegnamenti esoterici che portò con se nei suoi molteplici viaggi, entrando in contatto con un circolo tedesco di Alchimisti di ispirazione paracelsiana, che si riuniva nel castello del suo mecenate Johann Heinrich Hainzel ad Elgg nei pressi di Zurigo. Lì Bruno conobbe e frequentò il teologo alchimista svizzero Raphael Egli (1559-1622), che si ritiene ne diverrà suo Discepolo.[70]. Pare che in questo Cenacolo Ermetico, il Bruno fu accolto come un Maestro e si presume che in quel contesto il Nolano creò la prima cellula di quella cerchia di discepoli che lui stesso chiamerà Giordansti una delle prime confraternite dei Rosacroce, nella quale crscerà ermeticamente la figura di Raphael Egli il quale con lo pseudonimo di Filippo di Gabala, tracciò la Consideratio Brevis, pubblicata in Germania unitamente alla Confessio Fraternitatis, che divenne uno dei manifesti del movimento Rosacrociano.[71]. Queste considerazioni, maggiormente lasciano comprendere l’importanza dei Circoli Ermetici Napolitani, che anche dopo la partenza forzata di Giordano Bruno ed il risveglio dell’Inquisizione, mai spensero il loro atanor. Va ricordato che la Scuola Ermetica Napolitna si perpetuò non ostante le persecuzioni e la Capitale del Regno continuò ad essere la meta di Alchimisti, Ermetisti e Figli della Vera Luce, desiderosi di abbeverarsi alla fonte Sapienziale dell’Arte Reale. Possiamo ricordare che nei primi del 1598 Tommaso Campanella prese la via di Napoli, dove si fermò diversi mesi, dando lezioni di geografia, scrivendo le perdute Cosmographia e Encyclopaedia facilis, e terminando l'Epilogo Magno. Stesso in Napoli, nel 1599 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, Giulio Cesare Vanini (1585-1619), il quale entrò nell’ordine carmelitano con il nome di Fra Gabriele. Nel 1606 si laureò in diritto civile e canonico conseguendo a Napoli il titolo di dottore in utroque iure. Nei due anni a seguire visse nell'area di Napoli ove stando a quanto tramandato da alcuni studi su Don Giustiniano Lebano, frequentò la Confraternita dei Filosofi Napolitani presente sin dal Rinascimento, ove vi partecipò fra i dodici adepti con lo jeronimo Lucilius, [72] La Napoli Ermetica del ‘600 è influenzata da numerosi fermenti Rosacruciani. Figure autorevoli di Cenacoli Alchemici frequentarono la Capitale del Regno portando i fermenti delle loro ricerche, fra questi il Marchese Francesco Maria Santinelli di Pesaro conosciuto negli ambienti Ermetici con lo jeronimo di Frà Fra Marcantonio Crassellame Chinese,[73] mecenate e fondatore dell'Accademia de' Disinvolti, [74] il quale apparteneva al Cenacolo Alchemico di Cristina di Svezia.[75] A Venezia, frequentò l’illustre Maestro Alchimista Federico Gualdi del quale pare ne divenne Discepolo. [76] Tanto il Gualdi [77] quanto il Santinelli appartennero alla cerchia italica della RoseaCroce, come si può evincere in un passaggio di un sonetto Alchemico del Santinelli.[78] Queste sue frequentazioni e la sua ricerca Ermetica portarono il Marchese a Napoli, anche per seguire il suo Discepolo Fulvio Gherli, insigne medico ed Alchimista che fu chiamato nella Capitale del Regno per insegnare nella locale Università. Recenti approfondimenti e studi su documenti originali ed Archivi del Rito Egizio Tradizionale, portano a ritenere che il Gherli, autore anche di opere Alchemiche quali Proteo Metallico (1721), [79] fu Maestro di Don Raimondo di Sangro Principe di San Severo.[80] Altre teorie ancora al vaglio, vogliono che il Principe Alchimista fosse stato discepolo del Conte di Saint Germain e di Martinez de Pasqually, ma non risultano ancora documenti certi.

Note

  1. Gaetano Amalfi, La fossa del Coccodrillo in Castelnuovo e ancora della leggenda del Principe di San Severo, Trani- Ed. V. Vecchi 1896
  2. Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale" . Ed. Riservata Napoli 2011
  3. Il Piedilista annovera altri Aristocratici Massoni del Regno quali il principe Gennaro Carafa Cantelmo Stuart della Rocella, Giovanni Maria Guevara 7° Duca di Bovino, dati custoditi negli Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911, unitamente allo Jeronimo del Principe di San Severo
  4. Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale" Ed. Riservata Napoli 2011
  5. Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911
  6. Strabone, Geografia V, 4, 5, C 244-245
  7. Nevio nel suo Bellum Punicum aveva localizzato la Sibilla Cimmeria nell'area della Cuma campana
  8. Lombardo M. e Frisone F., Colonie di colonie: le fondazioni sub-coloniali greche tra colonizzazione e colonialismo. Atti del Convegno Internazionale di studi, Lecce 22-24 giugno 2006, Congedo Ed., Galatina 2010 ISBN 978-88-8086-699-2
  9. Giovanni Pontano, De bello Neapolitano–1469
  10. Don Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli Sacra - Napoli 1654
  11. Salvatore Forte Il rinascimento Napoletano e la Tradizione Egizia Segreta–Ed. Ivi Napoli Pag 14
  12. N. Malaise, Les conditions de penetration e de diffusion des cultes egiptiennes en Italie, EPRO n.22, Leida 1972
  13. Giuseppe Origlia Paolino, Storia dello studio del Regno di Napoli Vol.II– Napoli 1753 pag. 109
  14. N. Malaise, Les conditions de penetration e de diffusion des cultes egiptiennes en Italie, EPRO n.22, Leida 1972
  15. AA.VV.,Alla ricerca di Iside - Analisi, studi e restauri dell'Iseo Pompeiano nel Museo di Napoli, Roma 1992
  16. L'edificio pubblico più importante per i culti egizi in Pompei, si presume sia stato il Tempio di Iside. Il Tempio si trova nel cosiddetto quartiere del teatro. Dall'edificio si accede per mezzo di una porta situata nell'angolo nord ad un cortile porticato al cui centro si leva un tempietto posto su di un podio. Nella cella vi erano due basi, destinate a sorreggere le statue di culto di Iside ed Osiride; due nicchie esterne erano presumibilmente destinate a quelli che sono in genere i theoi sunnaoi ("dei che condividono la stessa cella"), cioè Arpocrate e Anubi. V. Tran Tam Tinh, Essaie sur le culte de Isis a Pompej, Parigi 1964
  17. Renato Palmieri, La Chiave Astronomica della Fondazione di Neapolis-Dal Corriere Partenopeo Anno XII-N.3-31 marzo 1990.
  18. Domenico Vittorio Ripa Montesano,"Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale"Ed. Riservata Napoli 2011
  19. Dicearco da Messina (fine sec. 4º a. C.), Filosofo della scuola peripatetica della prima generazione seguita alla morte di Aristotele - Bibl. Raccolta dei frammenti di Diarco a cura di M. Fuhr, Darmstadt 1841
  20. Renato Palmieri L’atto di fondazione di Partenope – Neapolis in una rêverie neoclassica. Pubblicato in Napoli
  21. Armand Delatte "Une clochette magique antique"- Bullettin de la classe des letters de l'Accadémie Royalede Belgique, Bruxelles, 1954, XL, pp. 254-276
  22. Vincent de Beuvais cita il testo anonimo del XIII secolo Mirabilia Romae, stampato da Bernard de Montfaucon, Diarium italicum sive Monumentorum veterum, bibliothecarum, museorum...- Paris, 1702 cap. XX pag. 288
  23. “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces; ovvero: "Mi generò Mantova, la Calabria (il Salento) mi rapì: ora mi custodisce Partenope (Napoli); cantai i pascoli (le Bucoliche), i campi (le Georgiche), i condottieri (l'Eneide)"
  24. Giuseppe Origlia Paolino, Storia dello studio del Regno di Napoli – Napoli 1753 Vol. I pag. 15-16
  25. Giuseppe Origlia Paolino, Storia dello studio del Regno di Napoli – Napoli 1753 Vol. I pag. 18
  26. Il problema della data è approfonditamente trattato in Fulvio Delle Donne, «Per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum». Storia dello Studium di Napoli in età sveva, Bari, Mario Adda Editore, 2010. p. 11.
  27. Norbert Kamp, Federico II di Svevia, in Enciclopedia Federiciana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2005 "
  28. Fulvio Delle Donne, «Per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum». Storia dello Studium di Napoli in età sveva, Bari, Mario Adda Editore, 2010. pp. 12-18
  29. Oxford Bodleian Lybrary - M.S. Canon. Misc 535, folio 1
  30. Dante Alighieri parla di lui come di un mago. Lo incontra nel ventesimo canto dell’Inferno, nel cerchio degli indovini.
  31. Scoto fu anche Traduttore dall'arabo in latino della Sfera di Al-Bitragi, del De Anima aristotelico e del relativo commento di Averroè, egli porta inoltre a termine le traduzioni del commento di Avicenna al De Animalibus di Aristotele, nonché, probabilmente, del Dei Coelo et Mundo col relativo commento di Averroè. Dedicato all'imperatore Federico II, egli compose un Liber introductorius, che, diviso in tre parti (il Liber Introductorius, il Liber Particularis e la Physiognomia) rappresenta una delle più complete summae astrologiche e scientifiche del basso Medioevo. Di particolare interesse e risonanza la Physiognomia, che per lo Scoto è “la scienza ingegnosa della natura che permette di conoscere virtù e vizi di ogni animale” e che dunque è importante per osservare “le caratteristiche degli animali e degli uomini”. La scienza fisiognomica di Scoto appare diretta figlia della Fisiognomica dello Pseudo-Aristotele, non priva di influssi provenienti dalle opere dell’arabo Razi e dagli scritti di Pietro D’Abano. L’indagine della natura è argomento privilegiato dell’opera, nonostante in essa l’astrologia sia la tematica di gran lunga principale. In particolare, ampio spazio è dedicato al problema della generazione. Nell'intento di operare una classificazione del sapere, problematica abbastanza presente nella filosofia medioevale di stampo aristotelico, egli compose una Divisio Philosophie, opera probabilmente ispirata ad una analoga opera del Gundisalvi (autore cui dovette avvicinarsi durante il soggiorno spagnolo), a sua volta riferibile ad uno scritto di Al-Farhabi. Ma se nelle opere citate sono rinvenibili diversi riferimenti all’alchimia ed alle concezioni ermetico-alchemiche, tali temi divengono oggetto privilegiato di altre opere specifiche: l’Ars Alchemie ed il Lumen Luminum. Massimo Marra - La tradizione alchemica a Napoli. Medioevo e Rinascimento-Articolo per Associazione Internazionale per lo Studio del Pensiero Esoterico e Simbolico
  32. Domenico Vittorio Ripa Montesano,"Origini del Rito Egizio Tradizionale" - Quaderni di Loggia - Ed. Riservata Napoli 2016
  33. R. Halleux, L'Alchimia di Federico II e la Scienza, a cura di P. Toubert-A. Paravicini Bagliani, Palermo 1994 pp.101-126
  34. Il nonno di Enrico II, Folco d’Anjou, fu uno dei primi cavalieri templari e amico del fondatore dell’Ordine Ugo de Payns, e addirittura nel 1131 divenne re di Gerusalemme. Il figlio Goffredo sposò Matilde, l’unica erede del re d’Inghilterra, un matrimonio che, dopo una serie interminabile di guerre dinastiche, portò al trono il giovane Enrico II.
  35. autore di diversi scritti alchemici, fra cui il “Fiore de' Fiori” dedicato a Giacomo II d'Aragona, una ”Epistola al Re di Napoli” sui princìpi dell'Alchimia ed il “Rosario dei Filosofi" [12] L'opera omnia di Arnaldo da Villanova è stata pubblicata a Lione nel 1586; il Rosario dei Filosofi (Ms. fr. 2011 del XVI sec. Della Bibl. Nat. di Parigi), è un'ampia opera dedicata alla teoria ed alla pratica alchemica, da cui derivano i Rosari pubblicati in alcune raccolte di scritti alchemici (Artis Auriferae, Basilea 1593; Bibliotheca Chemica Curiosa di Manget, Ginevra 1702).
  36. Books.google.it
  37. Raistoria.rai.it
  38. Doctor Illuminatus Raimondo Lullo, autore di importantissimi trattati dedicati all'Arte Combinatoria ed alla mnemotecnica, a cui fu attribuita la stesura di ben 500 opuscoli di Alchimia: ora, anche se tali attribuzioni risultano molto dubbie, nondimeno l'Arte lulliana della Memoria appare strettamente connessa all'Alchimia in quanto strumento per la trasmutazione dell'essere attraverso la conoscenza e la sua sistemazione logica, messaggio questo che sarà ben compreso da un grande studioso dell'opera lulliana, il Filosofo nolano, Giordano Bruno, che ai trattati di Raimondo Lullo dedicherà diversi studi e che ne rielaborerà i princìpi creando delle vere e proprie mnemotecniche "magiche" volte al conseguimento di una piena realizzazione spirituale. L'Opera completa di Lullo è stata stampata in 10 volumi a Magonza nel 1722-42. Fra i numerosi testi alchemici che gli sono attribuiti, il Trattato della Quintessenza, Venezia 1542, pubblicato dalla ed. Athanòr, Roma 1972.
  39. Andreas Seguras, Lettera su consigli di operazioni alchemiche tra Bonifacio VIII e Arnaldo di Villanova. Napoli Biblioteca Nazionale, sez. Manoscritti
  40. Michela Pereira Il santo alchimista. Intrecci leggendari attorno a Raimondo Lullo The Medieval Legends of Philosophers and Scholars praef. Agostino Paravicini Bagliani, Firenze, SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2013 =Micrologus 21 (2013) 471-516, pag. 45
  41. Le Università degli Studi di Napoli Federico II e Suor Orsola Benincasa, l'Archivio di Stato di Napoli, l'Institut Superior d'Investigació Cooperativa "IVITRA" - Convegno Internazionale “Llull: Napoli all’epoca di Llull” http://www.unisob.na.it/eventi/pdf/20161130_1203.pdf
  42. Legado del profesor Anthony Bonner en la Universidad de Barcelona Facultad de Filología
  43. Il re Alfonso affidò la ristrutturazione della reggia-fortezza angioina ad un architetto aragonese, Guillem Sagrera, catalano originario di Maiorca, che la concepì in termini gotico-catalani. Le cinque torri rotonde, quattro delle quali inglobavano le precedenti angioine a pianta quadrata, adatte a sostenere i colpi delle bocche da fuoco dell'epoca, ribadivano il ruolo difensivo del castello. L'importanza della reggia come centro del potere regale venne invece sottolineata dall'inserimento in corrispondenza dell'ingresso dell'arco trionfale, capolavoro del Rinascimento napoletano ed opera di Francesco Laurana, insieme a molti artisti di varia provenienza. I lavori si svolsero a partire dal 1453 e si conclusero solo dopo la morte del re, nel 1479. Napoli fra Rinascimento ed Illuminismo, De Seta C., Edistrice Electa, 1991
  44. Camillo Minieri-Riccio, Cenno storico della Accademia Alfonsina istituita nella città di Napoli nel 1442 (Italian Edition) (Italian) Paperback – January 1, 1875 Reprints from the collection of the Univerity of Michigan Libtary
  45. Jerry H. Bentley, Politica e cultura nella Napoli rinascimentale-Guida Editori Napoli 1995, Pag. 103
  46. Sigfrido Hobel, ll Fiume Segreto, Stamperia del Valentino, 2004
  47. Salvatore Forte Op. Citata Pag. 35
  48. Patrizia Calenda, I trattati astrologici di Giovanni Pontano, in AA.VV., Le terre della Sibilla appenninica, antico crocevia di idee, scienza e cultura, Montemonaco, 1999, pp. 135 – 144, e la relativa bibliografia.
  49. Massimo Marra - La tradizione alchemica a Napoli. Medioevo e Rinascimento- Articolo per Associazione Internazionale per lo Studio del Pensiero Esoterico e Simbolico
  50. C. Celano, Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli per i signori forestieri, (1856)
  51. La "Lettera sul Fuoco Filosofico" nella quale il Pontano afferma: "Io Giovanni Pontano ho percorso molti paesi per conoscere qualche cosa intorno alla Pietra Filosofale, ma girando quasi tutto il mondo ho trovato soltanto degli imbroglioni e non dei filosofi. Tuttavia, studiando sempre e moltiplicando le prove ho trovato la verità; ma dopo essere riuscito a conoscere la materia, sbagliai infinite volte prima di trovare la vera operazione e la praticaMario Mazzoni, Lettera di Giovanni Pontano sul Fuoco Filosofico - Ed. Atanor, Roma 1955. La lettera in origine è presente nel manoscritto 19969 della Regia Biblioteca Nazionale di Parigi e proveniente dall'Abbazia di Saint-Germain des Prés ed appartiene al fondo Sègnier-Coislin
  52. Nell'abside, dalla forma rettangolare, è posta la tomba di Jacopo Sannazaro: il monumento funebre è stato realizzato da Giovanni Angelo Montorsoli, con l'aiuto di Bartolomeo Ammannati; l'ambiente si completa con affreschi del 1699 di Nicola Russo, pittore della scuola di Luca Giordano, che sulla parete principale dipinge Parnaso, dove la Fama incorona il Sannazaro, osservato da Venere e Mercurio, nella volta dipinge le allegorie della Grammatica, della Filosofia, dell'Astronomia e della Retorica, sulla parete dove si apre l'arco è dipinto Abramo che adora i tre angeli e nelle pareti laterali, nelle quali si trovano due finestre, sono affrescati putti che reggono dei tendaggi: su queste pareti erano inoltre dipinte le Storie di Rachele e Maria sorella di Mosè, andate perdute. Attilio Carrella, La chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, Napoli, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli, 2009 pag. 74
  53. egli scrisse sotto lo pseudonimo di Alessio Piemontese, tra ‘500 e ‘600, ebbero numerose edizioni in italiano, latino, francese, tedesco ed inglese.
  54. Del corpo filosofale, in AA. VV., Il Fuoco che non brucia: studi sull’Alchimia, a cura di Massimo Marra (Mimesis, Milano, 2009), pp. 21-48.
  55. "L’intention nostra era stata primieramente di studiare et imparare noi stessi, non essendo studio né altro essercitio alcuno che più sia vero della filosofia naturale, che questo di far diligentissimo inquisitione, et come una vera anatomia delle cose et dell’operationi della Natura, in se stessa - Girolamo Ruscelli i Secreti".
  56. http://www.treccani.it/enciclopedia/della-porta-giovan-battista_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia)/
  57. Piero Camporesi, "Camminare il mondo. Vita e avventure di Leonardo Fioravanti medico del Cinquecento", pag. 263 Garzanti Libri Milano, 1997
  58. Sulla Questione sull’alchimia di Varchi vedi lo studio di A. Perifano, in Chrysopoeya, tome I, 1987, pp. 181-208 Benedetto Varchi et l’alchimie. Une analyse de la Questione sull’alchimia.
  59. Storia dell'Europa moderna: secoli XVI-XIX, pag. 157, a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez e Paola Rumi Editoriale Jaca Book
  60. come si evince dalla lapide ritrovata sotto l’altare maggiore durante i lavori del 1562 ed ancora visibile che recita “Nimbifer illedeo mihi sacrum invidit Osirim” Guido del Giudice - Giordano Bruno e i Rosa Croce. Un mistero svelato, fra magia, alchimia e filosofia, pag. 4-5.
  61. Tommaso Kaeppeli “Antiche Biblioteche domenicane in Italia” Archivium Fratrum Predicatorum, Roma XXXI, 1966, pag. 44
  62. dallo Spaccio de la bestia trionfante Bruno cita in questi termini il lamento dell'Asclepio ermetico: Non sai, o Asclepio, come l'Egitto sia la imagine del cielo ..., la nostra terra è tempio del mondo. Ma, oimé, tempo verrà che apparirà l'Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade (...) O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole (...). Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzerà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l'empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s'applicarà alla religion della mente; perché si trovaranno nove giustizie, nove leggi, nulla si trovarà di santo, nulla di relligioso: non si udirà cosa degna di cielo o di celesti. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali meschiati con gli uomini forzaranno gli miseri all'audacia di ogni male, come fusse giustizia (...). Ma non dubitare, Asclepio, perché dopo che saranno accadute queste cose, allora il signore e padre Dio, governator del mondo, l'omnipotente provveditore (...) senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all'antico volto, i quali attraverso operazioni magiche erano stati in grado di entrare in comunicazione con gli dei e di colloquiare con loro, ponendo un nesso vitale e positivo fra uomo, natura e Dio, in altre parole ristabilendo quel circuito fra dimensione divina, dimensione naturale e dimensione umana che il cristianesimo aveva spezzato, inaugurando un’epoca di barbarie, di decadenza, di separazione, anzi di contrapposizione, tra gli uomini e gli dei.
  63. “Egli era un mago ermetico del tipo più radicale, con una sorta di missione magico religiosa” Frances A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica Editore Laterza Collana Biblioteca universale Laterza 2006
  64. Mariano Iodice, Codice Egizio Kindle Edition
  65. Guido del Giudice, Giordano Bruno e i Rosacroce. Un mistero svelato, fra magia, alchimia e filosofia, pag. 8-9 Napoli 2013
  66. Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911
  67. Guido del Giudice, Op. Cit. pag. 9
  68. Domenico Vittorio Ripa Montesano,"Origini del Rito Egizio Tradizionale" - Quaderni di Loggia - Ed. Riservata Napoli 2016
  69. Girolamo Ruscelli, “Proemio ai Secreti nuovi di maravigliosa virtu”, (Vinegia 1567), nel cui proemio ci parla di questa Accademia dei “Secreti” e cita fra l’altro l’importo che il Principe Mecenate, donava all'Accademia di circa 1000 scudi ogni anno. Specifica che ognuno degli adepti poi dormiva in casa propria ed il primo giorno di ogni mese si riunivano tutti insieme di mattina a “desinare”, alla presenza anche del Principe che rendevano edotto sugli sviluppi delle ricerche e mostrando le Opere Alchemiche realizzate nell'attività ermetica nel mese precedente. Il Ruscelli descrive lo scopo principale dell’Accademia, che era quello di “studiare e imparare noi stessi”, ovvero studiavano la filosofia naturale, l’anatomia delle cose, la medicina, dunque i fenomeni naturali, unitamente alle scienze Ermetiche. L’obiettivo primario era di far beneficio al mondo trasformando in certezze e notizie vere “tanti utilissimi e importantissimi secreti d’ogni sorte e per ogni qualità di persona, così ricca e povera, dotta e indotta, maschio e femmina, giovani o vecchi che essi siano”. Il Ruscelli ci dà anche indicazioni sulla sede dell’Accademia, che loro chiamavano “Filosofia”. Il Principe Mecenate, aveva donato uno spazio in una delle zone più prestigiose di Napoli. All’inizio l’Accademia era segreta perché, dice il Ruscelli, non gradivano essere disturbati e non volevano che qualcuno impedisse il loro lavoro, quindi nessuno poteva nominare l'Accademia a qualcuno se non prima che si fosse consultato con l’intera compagnia e per questo facevano un Giuramento. Ogni medico della città conosceva l'Accademia, ma vi accedeva sempre e solo accompagnato da un loro membro e prestando sempre quel giuramento sul Silenzio. Dall’analisi delle descrizioni pervenute a noi e da diversi graffiti trovati all’interno di alcune grotte in Salita Due Porte all'Arenella, si ritiene che lì potesse sorgere il Laboratorio Alchemico, ma non vi sono certezze a riguardo, confutate da documentazione scientifica. L’Accademia dei Segreti ebbe vita breve perché entrò nel mirino dell’Inquisizione Napoletana per il forte sospetto che si occupasse dell'occulto e così venne chiusa nel 1579. Anche se l’Accademia ebbe vita relativamente breve, diede comunque un grande impulso alla nascita di successive accademie con finalità scientifiche, come la famosa Accademia dei Lincei con Galileo Galilei.
  70. Alchemy and Chemistry in the 16th and 17th Centuries a cura di Piyo Rattansi, Antonio Clericuzio Kluwer Academic Publishers 1994
  71. Giordano Bruno Somma dei termini metafisici Di Renzo Editore curata da Guido del Giudice, vedi Introduzione
  72. trasferitosi a Tolosa per continuare lì ad alimentare la sacra fiamma dell’iniziazione italico-egizia [istituendovi un centro iniziatico], venne giustiziato per eresia ed ateismo il 9 febbraio del 1619. Michele E. Braco, Giustiniano Lebano e la Scuola di Napoli Libreria Editrice “Letture S...consigliate” -Nove, 1999.
  73. Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911
  74. Oskar Garstein, Rome and the Counter-Reformation in Scandinavia: the age of Gustavus, pag. 755, BRILL, 1964.
  75. Cristina di Svezia e il suo Cenacolo Alchemico Di Anna Maria Partini pag. 120 Edizioni Mediterranea 2010
  76. Alessandro Boella e Antonella Galli, in Federico Gualdi, Philosophia hermetica: seguita dall'Opus philosophicum dello stesso autore, pp. 67-68, Roma, Mediterranee, 2008.
  77. Federico Barbierato, Federico Gualdi e i Cavalieri dell'Aurea Croce (thèse de doctorat, Université catholique du Sacré Cœur, Milan), 1999, pp. 425-496.
  78. F.M. Santinelli, Sonetti Alchemici ed altri scritti inediti, a cura di A.M. Partini. Edizioni Mediterranee – Roma 1985 pag.81
  79. L’ode Alchemica del Crassellame – nota introduttiva a cura di Massimo Marra [1]
  80. Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911

Bibliografia

  • Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911
  • Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale" . Ed. Riservata Napoli 2011.
  • Domenico Vittorio Ripa Montesano,"Origini del Rito Egizio Tradizionale" - Quaderni di Loggia - Ed. Riservata Napoli 2016

Voci correlate

Collegamenti esterni